12.09.2017 - #VDItalyGoesToBocconi♥️🎓

La ragazza con la valigia.
Credevo di averla riposta nell’angolo, accanto alla libreria, per un po’.
Ma in fondo, dentro di me sapevo che quel dito di polvere sarebbe andato via ben presto.
Un viaggio, ancora un altro. Un viaggio un po’ diverso dagli altri, uno dei primi “viaggi di lavoro”.
Tremano le mani mentre vi scrivo che tra meno di 24 ore racconterò VD Italy ad un’intera aula di Bocconiani, esattamente come me 3 anni fa.
Mentre butto giù la prima bozza/scaletta, mi assalgono mille dubbi.
Sarò all’altezza? Saprò rispondere alle loro domande? Riuscirò a stimolarli in questo mondo a volte roccioso e ripido? Sarò in grado di non deludere le aspettative del professore?
Mi sembra, a tratti, di fare un tuffo nel passato, quando a dicembre 2014 dovevo raccontare il Demarketing nel lusso in Chanel alla commissione, alla mamma e a tutte le persone che amavo.
Se chiudo gli occhi, rivivo tutto così vivido, che sembra trascorsa una manciata di ore o poco più.
L’ansia del “giorno prima”, per metà trascorso al lavoro. I parenti che arrivano da Napoli, il freddo di un dicembre super piovoso a Milano.
La mano di mamma, i suoi occhi che mi rassicuravano quando mi sentivo troppo grassa, coi capelli sbagliati, con l’abito troppo casual o elegante (non ricordo i miei occhi come lo vedessero), le scarpe troppo o poco professionali (non ricordo neanche questo).
Ricordo quell’ansia che ti asciuga la bocca e ti fa venire il magone. Il timore di fallire. Ricordo come si sciolsero in acqua, quando bussò alla porta quel prete così buffo e grassoccio, a benedire la nostra casa alle colonne.
Poi ricordo, i miei capelli lisci e lunghissimi, l’ingresso del Velodromo ancora chiuso e noi al freddo, senza però percepirlo.
Non capivo nulla. Ricordo Gazza (non ho mai saputo il suo nome, ma somigliava troppo a quel personaggio di Harry Potter), che coordinava gli ingressi in aula e il mio cuore che batteva come un tamburo. L’ansia di non sapere cosa dire, che la presentazione non si proiettasse bene. Di inciampare, di rimanere senza risposte alle domande della commissione. Di essere troppo dettagliata o troppo superficiale, di avere un tono troppo colloquiale: ad ascoltarmi c’erano bambini e non tutti gli adulti erano tecnici del marketing, volevo portassero a casa qualcosa.
Ero tra i primi a discutere per fortuna, ma mentre nel 2014 desideravo finisse in fretta e senza troppi danni, ripensandoci oggi, mi sarebbe piaciuto che quelle emozioni durassero ancora un minuto o dieci.
Mi sono divertita, mi sono divertita davvero. Ho parlato di lusso, di marketing, di strategie vincenti, ho parlato del brand che ho nel cuore e che mi ha insegnato tanto, oltre ad avermi fatta sognare.
Ho impressi nel cuore gli occhi fieri di mamma, papà e Francy, quelli commossi del nonno e quelli di nonna perennemente dietro la sua inseparabile macchina fotografica, aggirandosi in aula come il più esperto cameraman ad immortalare ogni espressione e attimo.
Poi ancora qualche foto fuori dall’aula (stavolta con il fotografo dell’Università, quello vero) mentre in aula si decideva il mio voto finale.
I miei sorrisi? I più tesi, plastici e preoccupati della storia.
Ma cosa vuoi che sia un voto? Lo dovrai scrivere sul CV, forse ti permetterà di accedere alle selezioni di qualche azienda, forse sarà solo un po’ di inchiostro su un foglio di carta di carta.
Tutt’a un tratto, mi è sembrato di aver sparato cavolate, di essermi divertita troppo e quindi di averla presa alla leggera.
Poi per fortuna, quella (ora) super buffa sofferenza si è sciolta. E si è sciolta in un modo altrettanto buffo.
“Con i poteri conferiti, dichiaro che è Dottoressa in Marketing bla bla bla bla con votazione di 110 su 110”. Poi si ferma e la mia espressione diventa serissima: sono stati i 3 secondi più lunghi della mia vita.
… “Poi la commissione, all’unanimità, ha deciso di attribuirle la lode”.
Lo sguardo preoccupato del mio migliore amico, che intanto pensava al discorso da farmi, per convincermi “che non è poi così importante”, si è sciolto in un sorriso sollevato.

Tra meno di un giorno, in aula, non ci saranno mamma e papà, non ci saranno i miei amici a sostenermi, ma ci sarà il professore a cui devo molto di ciò che nel tempo ho realizzato e, con lui, circa 200 occhi sconosciuti e curiosi, magari anche critici, un po’ come i miei di non molto tempo fa.
Sento una responsabilità immensa: devo provare a rendere quei 90 minuti utili almeno quanto una “riunione di marketing” del prof. Valdani. E credetemi, non è così banale.
Sento un desiderio incontenibile, di dare il mio piccolo contributo alla loro esperienza in Bocconi, di aiutarli sin da domani stesso a guardare con onestà e sincerità dentro se stessi, ai loro sogni, alle loro ambizioni.